
Biblioteca digitale dell'intera produzione artistica di Giorgio Rizzo

Questa serie, La danza del segno, precede e apre la via alla serie Le stanze dell'anima ed è stata quasi totalmente acquistata da collezionisti della Repubblica Ceca.
Questa serie è interamente realizzata a spatole e, chiaramente, rende pur iniziando l'omaggio all'impressionismo che Rizzo completerà nella serie successiva, affronta l'istante da fermare sulla tela in maniera filosofica.
Qui le anime sono nel momento della decisione, del passaggio dalla potenza all'atto, mostrandosi in tutta la loro fermezza.
(Acrilico, oro 24k e cenere dell'Etna su tela – 60 x 50 cm)
(Acrilico e cenere dell'Etna su tela – 55 x 45 cm)
L'anima si offre nuda all'osservatore, svela la presenza e copre i pensieri perché ciascuno conosce bene la propria anima e sa che cosa si nasconde in ogni sua linea.
Il titolo del primo de quadri di questa serie, Luna rubata, simboleggia la luce della notte che risplende nella stanza più intima di ciascuno e che, come se l’avessimo rubata al cielo notturno, illumina il nostro sentire.
(Acrilico e cenere dell’Etna su tela – 60 x 50 cm)
(Acrilico, oro 24k e cenere dell'Etna su tela – 70 x 50)
(Acrilico e cenere dell'Etna su tela e carta Xuan – 100 x 50 cm)
(Acrilico, polvere d'oro 24k, argento puro e cenere dell'Etna su tela – 50 x 70)
Il più particolare fra i quadri della collezione Le stanze dell’anima è Salomé. E non solo per la scelta di un soggetto che ha una lunga tradizione nell’arte o per il simbolo che rappresenta ma per la tecnica utilizzata.
Come sempre Rizzo sperimenta con i materiali e qui decide di ricoprire la tela di carta Xuan, una carta leggerissima fatta con il bambù. La particolarità di questa carta è di essere immarcescibile e, infatti, in Cina la utilizzano da migliaia di anni per scrivere documenti che sono ancora oggi in perfetto stato di conservazione. Normalmente su questa carta si può dipingere solo con il pennello perché con penne, matite, punte o simili si rompe.
Eppure, Rizzo osa e la dipinge con le spatole, calibrando la mano come fa il musicista su uno strumento antico, fragile e prezioso e stende il colore accarezzando la superficie con le spatole.
(Acrilico, argento puro e cenere dell'Etna su tela – 100 x 50 cm)
(Acrilico e cenere dell'Etna su tela – 50 x 50)
Con il termine pietra-cannone si indica il risultato di un peculiare fenomeno che avviene quando della lava molto fluida investe un albero lasciando sulla roccia che si solidifica un particolare foro, uno spazio che segna il punto in cui il tronco è stato lentamente incenerito.
Questo spazio è qui simbolicamente riempito dall’anima al centro del dipinto, un’anima salda, scolpita nella roccia o, forse, addirittura nata dalla roccia. Quest’anima conosce i segreti della luce che, infatti, l’ammanta e anche quelli dell’oscurità che fissa senza timore.
Le spatolate affilate e laviche di Rizzo seguono questo stesso percorso, il colore viene steso come se fosse colata lavica che muta, si stratifica, cambia il percorso a seconda di quello che incontra sul cammino e che, stato su strato, si solidifica.
Il basalto cui la lava dà origine è una roccia durissima, sempre fedele a se stessa e pur molto versatile così come lo è, metaforicamente, l’anima di chi, consapevole della propria forza non arretra né si spaurisce di fronte agli ostacoli che, se non può evitare, affronta, avvolge e brucia.
Ligea è il nome di una delle tre sirene consorelle che non riuscirono ad ammaliare Ulisse con il loro canto e per questo si gettarono in mare morendovi.
Ma perché la scelta di questa fine tragica solo per non aver avuto fra le loro molte vittime anche il protetto di Atena? Perché facendogli ascoltare il loro canto gli confidano i segreti della vita e della morte, cioè l’onniscienza, non riuscendo ad impedirgli di andare vivo per il mondo giacché è questo che racconta il canto delle sirene: i segreti della vita e della morte.
E se Rizzo, simbolista contemporaneo, decide di dare a questo quadro un titolo così evocativo è chiaro che ci vuole raccontare di un’anima che si divide tra l’azzurro libero del mare, la luce vitale del cielo e l’ombra terrena dell’aldilà metaforicamente descritta attraverso il drappo che avvolge il personaggio come un sudario. Un’anima che sa, ama e vive. Un’anima che non teme la morte.
(Acrilico, oro 24k e cenere dell'Etna su tela – 100 x 50 cm)
L’alzare lo sguardo oltre la vista impedita di una siepe o un colle o un muro che protegge e limita, è un gesto di consapevolezza e libertà che vale sempre la pena anche a rischio di un caro prezzo da pagare.
Non più fantasticare o meditare sull’infinito come Leopardi cui questo quadro è certo ispirato ma la volontà di guardare negli occhi le possibilità di quell’infinito che ci ammalia.
Il personaggio di spalle è rappresentato per intero in un’inquadratura dal basso verso l’alto che veste l’anima di grazia e audacia uniche caratteristiche adatte a osare, compagne che permettono di alzare il capo per guardare cosa c’è oltre i confini del tempo e dello spazio, del suono e del silenzio, del limite e dell’infinito.
Oro, ocra e nero etneo sono i colori principali di questo dipinto colori che, mischiati fra di loro, generano un verde sorprendente fatto di riflessi metallici e oscurità della terra, lava e oro che fanno germogliare l’ardire.
Le spatolate, come sempre nella narrativa pittorica di Rizzo, si adeguano al racconto e si muovono sulla tela leggere come il vento in una tiepida notte d’estate, delicate sulla pelle del personaggio e dello spettatore in quanto sanno che, in quell’immensità oltre la siepe, s’annega il pensiero e il naufragar è dolce in quel mare.
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